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Orgoglio e preveggenza

“E’ verità riconosciuta da tutti”, o almeno da quelli che hanno amato come me questo incipit e il resto del libro da cui è tratto, che il libro in questione sia un gioiello di perfezione insuperabile e irreplicabile. Forse, nell’assai improbabile caso in cui la Austen stessa avesse deciso di scriverne il seguito, saremmo rimasti almeno un pochino delusi. Ciononostante, la tentazione di sbirciare un po’ nella vita di Elizabeth e Darcy l’abbiamo avuta forse un po’ tutti (o almeno tutte) e in mancanza di qualcuno che ce la raccontasse ce la siamo immaginata, con l’indubbio vantaggio che un seguito immaginato da noi stesse non poteva certo deluderci.  Nel mio personale seguito i due vivono una bella vita a Pemberley, non priva di problemi (d’altra parte è difficile pensare che Mrs. Bennet se ne stia buona a Longbourn senza chiedere il loro intervento per qualche dramma familiare), ma in generale abbastanza tranquilla. Darcy è sempre Darcy, l’ “uomo colonna per donne piene di vento”, come lo definisce Chiara Gamberale, ma un pochino meno “rigido”, perchè tra la qualità che amiamo in lui c’è proprio quella di riuscire a cambiare per amore della donna giusta (e grazie all’amore di questa).

Poi un giorno vengo a sapere che il seguito di Orgoglio e Pregiudizio esiste davvero, non ho più bisogno di immaginarlo. Pare l’abbia scritto un’autrice americana, Carrie Bebris, docente di letteratura inglese e grande studiosa di Jane Austen e in rete trovo delle recensioni in generale abbastanza positive. Le premesse erano davvero buone, tuttavia non riuscivo a decidermi e tra lo stupore di chi conosceva la mia passione per P&P e credeva che mi sarei lanciata subito in libreria, ho ignorato per un sacco di tempo la Bebris, che nel frattempo scriveva altre avventure dei coniugi Darcy. E anche quando mi sono decisa a comprare il primo libro (ormai credo siano 5), Orgoglio e preveggenza, l’ho tenuto sul comodino per circa un anno prima di decidermi a leggerlo.

Ora l’ho letto e contrariamente a quanto  mi sarei aspettata, sono perfino andata a vedere le trame degli altri, ma credo che mi fermerò qui. Come c’era da aspettarsi visto la formazione dell’autrice, la ricostruzione di ambienti e luoghi è molto accurata, e anche i personaggi non sono male (d’altra parte  un Darcy o un’Elizabeth non all’altezza mi avrebbero fatto chiudere il libro alle prime pagine), anzi alcuni dialoghi tra i coniugi Darcy sono assolutamente godibili.

E’ la trama quella che non va. Passi l’idea di trasformare Mr. e Mrs. Darcy in investigatori alle prese con intrighi e delitti vari, il che può essere una delle poche vie percorribili se hai intenzione di scrivere più di un libro su di loro.  Il fatto è che la Bebris non si limita a questo ma inserisce anche l’elemento magico e soprannaturale in tutte le indagini nei quali i Darcy sono coinvolti.
E questo può essere un ottimo espediente letterario per far emergere la dialettica tra la razionalità di Darcy e l’istinto di Elizabeth, può essere anche un omaggio alla Austen di Northanger Abbey con le sue suggestioni gotiche (non ho sufficiente conoscenza di romanzi gotici per scorgere nella Bebris gli stessi intenti parodici della Austen nei confronti del genere), può essere un sacco di cose. Ma non può essere il “mio” seguito ideale di Orgoglio e Pregiudizio.

No, caro De Silva, non ci siamo, non si fa così. Non puoi regalarci un personaggio come l’avvocato Vincenzo Malinconico, farci affezionare a lui lungo le pagine di due romanzi, prometterci un’altra sua storia e poi lasciarci così.
Ok, la delusione l’avevamo assaporata un pochino anche con Mia suocera beve, ma d’altra parte le aspettative dopo Non avevo capito niente erano davvero troppo alte. E comunque anche il secondo libro, a parte la lunga e piuttosto noiosa descrizione del sequestro-reality show trasmesso dalle telecamere di videosorveglianza del supermercato nel quale l’avvocato Malinconico si trova suo malgrado coinvolto, non era davvero male. C’era lui con i suoi sproloqui mentali sempre irresistibile e c’era poi la mitica suocera, Assunta detta Ass, personaggio davvero bello che forse avrebbe meritato un po’ di spazio in più oltre alla rilevanza nel titolo.

Ma qui? Gli sproloqui ci sono sempre e sono sempre irresistibilmente belli, poetici, illuminanti. E grazie allo stile di De Silva scorrono velocissimi (a parte le inivitabili interruzioni per prendere appunti, perchè ci sono delle perle che non puoi proprio lasciare andare così) e sono arrivata alla fine del libro senza quasi accorgermene. Ma proprio alla fine mi sono accorta che mi era mancata qualcosa. E non ci è voluto molto per capire che era un “qualcosa” che proprio non ti può mancare in un romanzo: mancava una storia. Il libro è infatti una racolta di capitoletti che potrebbero essere letti a partire da qualunque punto, non essendo tenuti insieme da una vera e propria trama. Perfetti per un blog, un po’ meno per un romanzo. D’altra parte è lo stesso Vincenzo a dirlo: “Sulle emozioni ho scritto abbastanza da aprirci un blog, se non li detestassi, i blog“. E a me, blogger compulsiva, va benissimo che Vincenzo li detesti i blog, fa parte del fascino del personaggio. Chi non dovrebbe detestarli è invece l’autore che avrebbe potuto riversare in uno di questi parte delle riflessioni del suo personaggio e regalare a noi una vera  propria storia, nella quale succede qualcosa, il protagonista esiste anche attraverso le sue vicende e non solo cartesianamente in quanto “cogita”. E questa mi è venuta così, ma non sono assolutamente in grado di sostenerne la plausibilità critico-letteraria ne tantomeno filosofica, per cui vi prego di essere clementi. Anzi, per farmi perdonare questa “perla” ve ne regalo una vera di Vincenzo, un estratto del capitoletto che spiega un po’ il titolo e che, come credo di aver già scritto, varrebbe da solo il prezzo del libro.

Sapete che c’è di nuovo? Che da oggi smetto di sottopormi alla stimolazione emotiva procurata per via artistica. Se lo scopo della musica è quello di sollecitare emozioni che uno per conto suo non proverebbe, tenetevela pure, la musica. Ridatemi un’emozione secca. Lasciate che mi devasti ogni volta che la lingua di mia figlia fa capolino mentre scrive seguendo il rigo del quaderno. Che mi goda l’immensità di un pomeriggio di noia. Che guardi un tramonto senza provare assolutamente nulla. Che mi dispiaccia lasciare solo un albero. Che mi conceda il piacere di una piccola pratica autolesionistica scegliendo fra le molteplici varietà disponibili sul mercato e ne stabilisca la dose giornaliera. Che passeggiando per il lungomare della mia città di domenica mattina presto, mentre vengo costantemente superato da cinquanta/sessantenni ansimanti in pantaloncini e canottiera (ma cosa corrono, dove vanno, con chi competono, quali aspirazioni coltivano per infliggersi una simile sofferenza?), a un tratto capisca che cinque righe sarebbero uno spazio più che sufficiente a raccontare la mia vita fin qui, e che il poco che ho fatto e sono mi basti. Ristabiliamo il primato di un’emozione anarchica, irriproducibile, inclassificabile, su cui non si possano accampare diritti, specialmente d’autore. Di una strizza estemporanea che non c’entra niente con le contingenze, ma quando viene non la dimentichi più (perché è tipico delle strizze che non c’entrano con le contingenze non farsi dimenticare; e meno c’entrano, più strizzano). Della compostezza di un dolore vero. Dell’inconfondibile caldana che segue a una figura di merda. Dell’incomunicabilità di una cosa importante. Della ricerca del modo per dirla. Dell’indescrivibile sazietà che provi quando capisci in pieno il significato di una parola, e impari esattamente dove metterla. Allora ti sembra che il mondo, ma proprio tutto, diventi una cosa che si apre e si chiude (e quindi, all’occorrenza, si aggiusta).

Un regalo da Tiffany

Chi ha avuto l’occasione di leggere questo blog altre volte, sa bene che pur essendo un blog “letterario”, non ha nessuna pretesa intellettuale e non potrebbe proprio averne, dal momento che l’autrice può vantare nel curriculum da lettrice insieme a Guerra e Pace e a Le affinità elettive anche qualche centinaio di romanzetti Harmony. Anzi, se qualche volta mi sono divertita a “stroncare” un romanzo è stato proprio con dei libri che di pretese intellettuali ne avevano eccome, mi vengono in mente a questo propostio L’eleganza el Riccio e La libreria del buon romanzo (sarà un caso che siano entrambi editi da e/o ?). Si è vero, a pensarci bene mi sono lasciata andare a giudizi negativi anche in altri casi, ma sempre quando mi aspettavo qualcosa  di più.

Da un romanzone come Un regalo da Tiffany di Melissa Hill, non potevo invece aspettarmi granchè e lo sapevo benissimo, ma ho deciso di leggerlo comunque, perchè altre volte non mi aspettavo niente e sono stata piacevolmente sorpresa, perchè almeno da una certa colazione in poi Tiffany e sempre Tiffany e perchè comunque leggere sulla quarta di copertina i giudizi dei giornali americani fa un certo effetto. Il fatto è che ho trovato anche meno di quello che mi aspettassi, a parte l’ulteriore conferma che i critici americani o sono pagati bene dalle case editrici per scrivere quelle cose o non capiscono niente. Quello che poteva essere un romanzetto carino se riassunto nelle classiche 150 pagine medie di un Harmony è diventato una storia infinita (oltre 400 pagine!), non tanto a causa degli sviluppi della trama quanto per l’indole del protagonista. Ora io non sono una di quelle che vuole credibilità a tutti i costi, ma uno non può  spendere 20 mila sterline (e non mi pronuncio sull’ “opportunità” della spesa) per comprare un anello di fidanzamento da Tiffany, perderlo a causa di uno scambio di pacchetti e poi tirarla per le lunghe per 400 pagine perchè non ha il coraggio di dire alla donna che l’ha avuto per sbaglio che in realtà non è suo!

Per fortuna mi sono venuti in soccorso i diritti del lettore di Pennac: 2. Diritto di saltare le pagine. Così a fare i tagli giusti ci ho pensato io e il romanzone è diventato un romanzetto da liquidare in un paio d’ore. E il protagonista ci ha anche guadagnato in fascino, perchè dando un taglio ai suoi eccessivi indugi l’ho fatto diventare un po’ più volitivo. E ci ho guadagnato anche io in autostima, perchè dopo averne letto diversi posso dire con assoluta convinzione che un romanzo come quelli  che  pubblicano nella collana Anagramma di Newton Compton lo posso scrivere anche io. Anzi, col cavolo che glielo farei pubblicare il mio romanzo!

E all’improvviso, proprio quando cominciano a sorgermi dei dubbi sull’opportunità di tenere in vita un blog come questo dedicato ai romanzi d’amore “di un certo tipo”, proprio quando mi dico che forse di romanzi d’amore come piacciono a noi “pemberlyani” davvero non ne scrivono più, mi ritrovo tra le mani questo petit bijou. E mi si scalda il cuore. Non lo recensirò questo libro. Dovete credermi sulla parola. Voglio solo dire grazie all’autore

*Perchè questa mattina ho speso in farmacia 25 euro in rimedi omeopatici contro le crisi d’ansia e lui mi ha ricordato che il mio vero antico rimedio c’è ancora, funziona sempre ed è decisamente più economico (addirittura gratuito se preso in prestito in biblioteca)
*Perchè mi ha fatto vedere e vivere Parigi… (e rinvigorito il desiderio di vederla davvero)
*Perchè sono una professionista del libro, ma non sapevo che le alette dei libri si chiamassero anche bandelle
*Perchè mi ha ricordato che bisogna cercare di rimediare agli errori
*Perchè  immagino l’espressione della signora I. quando  riporterà il libro in biblioteca
*Perchè se è vero che i grandi romanzi hanno il finale aperto o addiritura tragico, io rinuncio definitivamente ad ogni velleità intellettuale: preferisco i “piccoli” romanzi.

P.S.
Unico appunto: il titolo è davvero infelice. Non “sta bene” al libro e credo anche che gli faccia perdere un po’ di lettori. Ancora una volta mi chiedo perchè non rimanere fedeli al  titolo originale, molto più bello ed evocativo: “Il sorriso delle donne”.

Nicolas Barreau
Gli ingredienti segreti dell’amore
Feltrinelli, 2011

In città zero gradi

Una storia d’amore intensa ma non drammatica o melensa (anzi piuttosto ironica) è davvero cosa rara di questi tempi, per cui quando ne incontro una mi sento portata all’indulgenza e a perdonare anche qualche punto debole nella trama, sopratutto se questa non prevede la presenza di vampiri o licantropi. Nella fattispecie un trauma infantile da bacio-di-cicciona-dall’ipersalivazione-e-dall’alito-che-sa-di-pesce in grado di condizionare la tua vita sentimentale da adulto per quanto mi riguarda è un punto debole. E’ vero, qualcuno  potrebbe trovarlo l’unico elemento originale in una storia d’amore per il resto abbastana banale, ma io credo che a fare la differenza nei libri di Glattauer non siano tanto le trovate originali come un bizzarro trauma infantile, quanto il suo  linguaggio e il suo stile.  Uno stile frizzante, immediato e (quello si davvero) mai banale. Il modo in cui Daniel Glattauer usa le parole è così piacevole che più di una volta mi sono trovata ad annotare mentalmente (e non fidandomi tanto della mia memoria per la prima volta ho fatto anche largo uso degli highilight nel mio reader) battute  e descrizioni.

“Parlarono di tutto e di niente. Erano entrambi tesi. Max era un intrattenitore piacevolmente pessimo, notò Katrin. (Con i bravi intrattenitori non c’è mai verso di parlare, dopo un paio d’ore il loro programma era esaurito. A quel punto schiacciavano il tasto del replay e passavano di nuovo in rivista gli aneddoti migliori. Talvolta si sforzavano di aggiungere un fuoriprogramma per il pubblico di turno. Dopodichè, arrivava finalmente l’intervallo. A quel punto doveva accadere alla svelta qualcosa di non verbale. Oppure bisognava cambiare pubblico.)
Max era diverso. Quando il racconto autobiografico superava la soglia dei dieci secondi, il fiume di parole iniziava a ristagnare, e allora lui tentava un assist propizio passando la parola a Katrin…”

Ecco se, come dicevo, per una bella storia d’amore sono disposta a perdonare punti deboli nella trama, per una scrittura di questo tipo perdonerei all’autore anche di peggio. A pensarci bene però sono proprio felice di dovergli “perdonare”  solo il trauma da bacio di Sissy la Cicciona.

Daniel Glattauer
In città zero gradi
Feltrinelli, 2011

Da quando ho iniziato a scrivere in questo blog nel 2007 il post di fine anno si ripete quasi uguale tutti gli anni. Quest’anno in realtà ho scritto il post per un altro blog, ma poi non ho resistito e ho deciso di postarlo anche qui. Un po’ perchè gli auguri finali sono stati  concepiti proprio per @Pemberley e un po’ perchè proprio non me la sono sentita di abbandonare i due o tre affezionati pemberlyani proprio a capodanno. Eccovi dunque il tanto atteso post di capodanno.

Quest’anno ho deciso di rinunciare ai buoni propositi per l’anno che arriva. Questo non vuol dire che non cercherò di fare il possibile per essere “migliore” e vivere meglio, ma proverò a passare direttamente all’azione. Come dice il Mahatma Gandhi “I nostri pensieri, per quanto buoni possano essere, sono perle false fintanto che non vengono trasformati in azioni“. Con le perle false dei miei buoni propositi ho infilato una collana lunghissima, ma non so che farmene. Nessun centimetro in meno nel girovita, non sono diventata vegetariana, produco quantità enormi di rifiuti, sono super ansiosa con i miei figli e non so ancora parcheggiare in retromarcia. A volerne formulare uno per forza, il buon proposito potrebbe essere quello di fare del mio meglio, pur consapevole che potrebbe non essere abbastanza. Ma per questo restano i sogni e i desideri. I desideri, tutti ma proprio tutti quelli importanti riguardano gli affetti… I legami che contano e tengono uniti. E i sogni? i sogni si sa non si svelano… si possono solo seguire.

E allora buon anno all’insegna dei sogni inseguiti e realizzati a tutti quanti.
A chi ha già il suo lieto fine,
a chi ancora lo sta aspettando,
a chi si è stancato di aspettare con la mente ma non col cuore,
a chi si è stancato anche col cuore,
a chi rischia di lasciarselo sfuggire,
a chi ne vive tanti quotidianamente, ma non sempre se ne accorge.
Perchè in fondo un lieto fine è un fermo immagine. Dipende solo dal momento in cui decidi di fermare la storia.

Ha detto Heyer!!!

Aveva detto proprio Heyer, ne era sicura. Aveva pronunciato il nome chiaramente, con disinvoltura e senza aggiungere espressioni tipo “o qualcosa di simile”, cosa che succedeva spesso quando venivano richiesti autori stranieri. E altrettanto spesso capitava che il qualcosa di simile non fosse poi tanto simile. No, lei aveva fatto un domanda molto precisa:
- Avete qualcosa di Georgette Heyer?
E prima ancora che le efficienti dita di Virginia iniziassero la loro danza di ricerca sulla tastiera Emma aveva risposto con un sorriso:
- Abbiamo solo uno dei suoi gialli, ma io a casa mia ho praticamente tutti i suoi romanzi regency.
In seguito Virginia lo avrebbe definito un tentativo di adescamento in piena regola nemmeno troppo originale rispetto alla collezione di farfalle.
La ragazza l’aveva guardata ricambiando timidamente il sorriso e sollevando un po’ le spalle.
-Sono molto felice per lei, anche se ho i miei dubbi visto che di libri Geoergette Heyer ne ha scritti circa 80 e solo una parte è stata pubblicata in Italia, ma in ogni caso visto che sono suoi e si trovano appunto a casa sua, e non in biblioteca dove io avrei potuto prenderli in prestito, cosa posso fare di questa informazione? –
Un attento osservatore del linguaggio del corpo avrebbe potuto leggere questa risposta nell’atteggiamento della ragazza, che invece aveva pronunciato solo un cortese
- Veramente? Ne ha scritti così tanti!
Prima di rivolgersi ancora a Virginia per una nuova ricerca.

Non poteva essere vero, non era così che avrebbe dovuto funzionare. A parti invertite Emma le avrebbe gettato le braccia al collo e forse l’avrebbe perfino baciata. Avrebbero iniziato a parlare dei loro preferiti, si sarebbero scambiate numero di telefono, email e indirizzo, si sarebbero date appuntamento per un te e avrebbero iniziato a progettare una cena o, perchè no? Le prossime vacanze insieme.
Queste cose meditava Emma, mentre mandava giù il boccone amaro della delusione insieme ad una galletta di riso soffiato con glassa di yogurt all’arancia che aveva pescato nel reparto prodotti dietetici del supermercato dietro la biblioteca. Cosa ci facesse poi in quel reparto ancora non l’aveva capito, visto che a giudicare dalle indicazioni nutrizionali sulla confezione quel sottile strato di glassa faceva valere con decisione le sue ragioni nei confronti del riso soffiato.
Era delusa perché non capita tutti i giorni di incontrare una persona che conosca Geoergette Heyer, figurarsi una che legga i suoi libri. Era delusa, perché semplicemente sapere dell’esistenza di Geoergette Heyer aveva in genere una serie di implicazioni magari bizzarre, ma che erano un segno di appartenenza a una comunità ideale. Cose come conoscere quasi a memoria Orgoglio e Pregiudizio ed essere in grado di recitare la dichiarazione d’amore di Mr Darcy. Anche in inglese, se necessario; oppure intercalare con frasi tipo “In fede mia” una normale conversazione sul tempo.
– In fede mia, non si è mai visto un maggio così freddo!
- Già- era di solito la monosillabica risposta, oppure –Ma come c…. parli???- Se il grado di confidenza con l’interlocutore lo permetteva.
Ma lei era andata via senza farle ulteriori domande, dopo aver preso in prestito un manuale di pilates, facendo nascere in Emma la convinzione che non avesse mai letto un solo rigo di un regency romance e avesse chiesto di Georgette per conto di qualcun altro. Bastava solo scoprire per conto di chi. L’impresa certo si presentava difficile, eppure Emma si accingeva a dedicarle tutte le proprie appassionate energie. D’altra parte era o no una professionista nel reperimento delle informazioni?


									

Appena terminato “Gli occhi gialli dei coccodrilli” di Katherine Pancol ho già in mano il secondo libro della trilogia, “Il valzer lento delle tartarughe”. C’è stato qualche momento durante la lettura  in cui ho pensato che mi sarei presa almeno una pausa dopo il primo (anche perchè la media è di circa 500 pagine a volume!). Ma poi non ho resistito, perchè almeno ad alcuni dei protagonisti del libro mi sono decisamente affezionata. E’ una “creatrice di gente comune” (cit. Mario Biondi) Catherine Pancol, di personaggi anche eccentrici ma che finiscono per essere molto familiari, un po’ come Alexander McCall Smith o Anne Tyler. Si, forse il livello letterario della Tyler, specie in alcuni libri è superiore, leggendo i suoi libri ho visitato Baltimora e sono stata a Dublino con quelli di McCall Smith, mentre la Pancol non mi ha fatto “vedere” Parigi. Ma ha comunque questo modo di trasportarti “dentro” la vita dei suoi personaggi che poi è un po’ difficile starne fuori.
Ci sono veramente tante storie e tanti personaggi in questo libro, soprattutto femminili, ma uno dei personaggi chiave è Josephine, studiosa di storia medievale, che si trova a fare i conti con due figlie da crescere da sola e a un sacco di difficoltà finanziare, mentre l’ex marito parte per il Kenia con l’amante per allevare coccodrilli (eccoli, i coccodrilli!). La sorella Iris è invece ricchissima e vive un matrimonio in apparenza felice, ma in realtà insegue sogni d’amore e di gloria che si riveleranno irrealizzabile il primo e assolutamente fugace il secondo. Ma d’altra parte poteva essere meno che fugace un successo basato sul presentarsi al mondo come autrice di un libro scritto in raltà da Josephine? Ecco, Jo è una delle persone del libro cui mi sono affezionata di più. Chissà se la Pancol aveva anche lei in mente la Josephine March di Piccole Donne quando ha scelto il nome (anche Jo scriveva, ricordate?). Di sicuro anche se all’inizio ci sembra troppo fragile e debole, pian piano ci rendiamo conto che in realtà ha sempre affrontato le difficoltà della vita, senza mai sottrarsi alla danza. Perchè “E’ una persona, la vita, una persona da prendere come partner. Entrare in pista, danzare nel suo vortice; a volte ti fa quasi annegare e tu credi di morire, poi ti acchiappa per i capelli e ti posa un po’ più in la. A volte ti pesta i piedi, altre volte ti fa volteggiare. Bisogna entrare nella vita come si entra in una danza. Non interrompere il movimento per piangersi addosso, accusare gli altri, bere, prendere delle pastiglie per attutire il colpo. Volteggiare, ondeggia, ballare.”
E’ uno di quei personaggi che fanno bene al cuore Josephine e sicuramente quello che più degli altri ti spinge a leggere il seguito del libro. Anche perchè, diciamocela tutta (attenzione: di seguito anticipazioni sulla trama di questo libro e anche dei successivi dell’autrice!!!), la storia col fascinoso letterato col montgomery a me non mi convince per niente. Vedo Philippe nel suo futuro (e siccome non è che mi fidi moltissimo delle mie doti di preveggenza sono andata a sbirciare un pochino negli altri libri). Ora certo vorrete sapere chi sia questo Philippe, ma a questo punto spero di avervi incuriosito abbastanza da farvi venire voglia di leggere il libro e scoprirlo da soli.

Katherine Pancol
Gli occhi gialli dei coccodrilli
Dalai Editore, 2009


Una bottiglia nel mare di Gaza

E’ un romanzo per adolescenti questo di Valerie Zenatti, ma va bene anche per gli adulti. Non è l’ennesimo libro sul conflitto arabo-israeliano e non ci sono buoni e cattivi o meglio ci sono, ma non stanno tutti dalla stessa parte. C’è una ragazza israeliana di 17 anni, che cerca di esorcizzare l’orrore dell’ennesimo attentato a Gerusalemme scrivendo una lettera, una specie di messaggio di speranza, che infila in una bottiglia da gettare nel mare davanti a Gaza (in realtà il fratello militare, cui Tal affida la bottiglia, la abbandonerà sulla spiaggia di Gaza). C’è uno scontroso ragazzo palestinese di 20 anni che trova quella bottiglia e che all’inizio non ha nessuna intenzione di intrattenere uno scambio epistolare col “nemico”. Ma Tal è molto tenace, di un candore disarmante e sinceramente desiderosa di conoscere il mondo palestinese. E vince le resistenze di Naim. Nasce così una corrispondenza via mail davvero bella nella quale i due ragazzi riescono a superare i pregiudizi e a parlare l’una al cuore dell’altro e viceversa. Un’emozionante storia di crescita e di amicizia, quella vera che oltrepassa le barriere. E forse non solo. Perchè in quel bellissimo finale aperto sono convinta che almeno le più romantiche delle lettrici vedranno qualcosa di più. Naturalmente anche a noi di Pemberley piace vederla così, ma questa volta non è così importante. Comunque vada a finire è un bellissimo messaggio di pace e per questa volta ci basta.
Si. Dovremmo creare un manicomio israelo-palestinese, tu e io. Sarebbe un bellissimo segno di riconciliazione, come dicono gli occidentali. Lo potremmo chiamare l’Istituto “Majnoun e Meshouga” (“pazzo” rispettivamente in arabo e Yddish n.d.r.). Incideremo la nostra massima sul frontone “La pace passa dai pazzi”. 

Una bottiglia nel mare di Gaza
Valerie Zenatti
Giunti, 2009

Ormai lo possiedo da qualche mese, l’ho testato abbastanza e posso dirvi la mia opinione sul questo  ebook reader. Cosa penso in generale dell’ebook credo di averlo espresso abbastanza bene in questo post. Dopo averlo utilizzato per tutta l’estate posso aggiungere che è particolarmente utile  in spiaggia nei giorni di vento, quando è praticamente impossibile tenere in mano un libro di carta; che non sono stata costretta come altre volte a leggere l’unico libro che mi ero portata in vacanza anche se non mi piaceva e che la ricca collezione di fiabe sempre a disposizione mi ha aiutata a tenere buoni i miei due hobbit in più di un’occasione. Chi non avesse familiarità con questo strumento potrebbe rimanere stupito dal fatto che si possa leggere tranquillamente da uno schermo anche sotto il sole. Specifico dunque che lo schermo non è retroilluminato come quello di computer, ipad, cellulari etc., ma utilizza una particolare tecnologia chiamata inchiostro elettronico. Non possiamo leggere da questi schermi al buio, come facciamo con i computer, ma abbiamo bisogno di una fonte di luce esterna, come quando leggiamo una pagina stampata. Per lo stesso motivo possiamo tranquillamente leggere il nostro libro sotto il sole. Ho letto ormai diverse centinaia di pagine al sole e vi posso assicurare che la sensazione è proprio quella di leggere un libro su carta.
Passiamo ora al mio lettore. Da quando ho deciso che ne avrei comprato uno al momento dell’acquisto sono passati diversi mesi durante i quali mi sono documentata e ho avuto modo di seguire anche un corso di aggiornamento tenuto da Gino Roncaglia, autore di La quarta rivoluzione.  Non sono arrivata dunque all’acquisto del tutto sprovveduta, ma guinto il momento non ho tenuto presente nessuna delle indicazioni ricevute. Si, le recensioni del Bookeen Cyborg Orizon su internet erano buone, ma non lo conoscevo bene e non faceva parte della rosa di quelli consigliati. Però era disponibile da Media World, mentre per gli altri bisognava aspettare. E io avevo aspettato troppo. Fortunatamente mi è andata bene. Le specifiche tecniche potete trovarle qui, di mio aggiungo che l’unico vero difetto che ho riscontrato finora è l’assenza di dizionari. Per il resto altri piccoli problemi come l’eccessiva sensibilità del touchscreen o lo schermo che ruota ad ogni piccola inclinazione del lettore (non ho ancora scoperto se esiste un modo per bloccarlo!) li ho superati acquisendo familiarità col reader e entrandoci in sintonia. E veniamo ai libri. Si possono scaricare direttamente sul lettore tramite la connessione wireless ed è davvero molto semplice. Io finora li ho comprati da simplicissimus utilizzando il credito prepagato delle ricariche acquistate sul sito. Ovviamente i libri possono essere scaricati anche sul computer e poi trasferiti sul lettore. Ancora non sono moltissimi gli ebook pubblicati, ma io ho trovato la versione elettronica di tutti i libri che ho avuto voglia di leggere  ultimamente. E infine i formati. Il mio bookeen legge Adobe ePUB/PDF (con o senza gestione dei diritti digitali), file TXT ed HTML; formati immagine: (scale di grigio) : JPEG, GIF e PNG. I pdf sono però un po’ fastisiosi perchè per farli stare in una pagina bisogna rimpicciolire troppo e se si ingrandisci non si reimpaginano ma bisogna ritrovare il segno ogni volta che giri pagina (spero sia comprensibile!). Con gli epub è perfetto. Credo di aver detto tutto. Anzi no, un ringraziamento a mio marito che una sera ha deciso che per avere il mio libro  magico, come il Cancelliere Tusman, non dovessi aspettare nemmeno il giorno dopo e si è scapicollato da Media World nonostante mancasse solo mezz’ora alla chiusura.  Credo però che il mio entusiasmo l’abbia adeguatamente ricompensato.

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